Rapporto tra uomo e cultura nelle Corti italiane

Rapporto tra uomo e cultura nelle Corti italiane

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ricerca condotta da Simone Massaro e Alessandro Fedele (novembre-dicembre 2019) 

Attorno al periodo dell’Umanesimo e del Rinascimento vi sono diverse opinioni e visioni diverse da poter esaminare.
La questione risulta complessa poiché non avviene solo un mutamento del pensiero filosofico, ma anche della vita dell’uomo in tutti i suoi aspetti.
La definizione di Umanesimo è alquanto recente e risale al filosofo e teologo tedesco Friedrich Niethammer. Il suo significato indica l’area culturale ricoperta dagli studi classici.

Secondo alcune interpretazioni l’Umanesimo non porterebbe alla rivoluzione del pensiero filosofico, perché di fatto gli umanisti non erano filosofi. Tutto ciò rappresenterebbe solo la metà di quello che sarà il Rinascimento. Ma, a proposito di Rinascimento, gli artisti sono “ottimi artigiani” ma non geni, poiché si riferiranno unicamente alle conoscenze scientifiche.

Altre interpretazioni, invece, evidenziano la validità filosofica dell’Umanesimo, dal momento che una delle caratteristiche di questo nuovo modo di filosofare è il senso della storia e la dimensione storica delle vicende umane, guardando al passato con occhio critico per produrre un presente nuovo.

In effetti Umanista è proprio colui che guarda ai classici riesaminandoli per illuminare i problemi di vita quotidiana. Per l’umanista è dunque necessario esaminare il passato storico dell’uomo per comprendere con quale diversità agisca l’uomo del presente: il tempo passato dà al presente una propria individualità e originalità.
L’umanesimo, allora, serve a concedere all’umanità un nuovo senso dell’uomo e dei suoi problemi, ponendolo in una centralità rispetto a tutto il resto.

A questo punto è importante ricostruire il pensiero rinascimentale. Si tratta di un periodo definito dalla critica come un’età di luce che si contrappone al buio di quella medievale.

Il dramma dell’Umanesimo ateo

In verità il primo che più di tutti ha studiato gli aspetti teologici da un punto di vista leggermente diverso, nonostante egli fosse un teologo e alto prelato, è stato Henri de Lubac nella sua Opera omnia. “Il dramma dell’Umanesimo ateo”, pubblicato per la prima volta, in lingua francese, nel 1944, affronta il tema dell’ateismo mettendo in luce presupposti teoretici e sviluppi di pensiero filosofico sul tema dell’ateismo. De Lubac trova allora il modo di risolvere, sempre grazie al suo romanzo, la drammaticità della mancanza di senso dell’ateismo nella speranza della fede in Cristo.

Dunque l’autore sottolinea come le filosofie dell’esistenza siano, nella vita sociale e in quella politica, in grado di dare origine ad un ateismo sempre più positivo e organico. L’umanismo ateo elimina completamente il problema che aveva fatto nascere Dio nella coscienza.

Il desiderio di far conquistare all’uomo la propria libertà e di ricondurlo alla consapevolezza della propria grandezza ha portato sia Lubac che altri filosofi e autori a svincolare l’uomo dalla sua relazione con Dio, mostrando come siano state erroneamente attribuite a Dio tutte le caratteristiche che in realtà appartengono all’uomo.

Il Dio cristiano trasmette nell’uomo le sue affermazioni di grandezza e, poiché per l’ateo Dio risulterebbe essere un’invenzione umana, frutto di un’alienazione, l’ateismo non è altro che una presa di coscienza dopo una lunga e profonda riflessione. Perciò è ateo colui che per istinto non crede. In realtà l’ateismo potrebbe anche essere visto in chiave diversa e l’ateo come il filosofo che si svincola da Dio per porsi nella condizione di valutare l’esistenza delle cose e degli uomini a partire da sé stesso.

Perciò il Dramma dell’umanesimo ateo costituisce un ausilio per comprendere come l’uomo, nonostante il suo livello intellettuale, possa costruire una società senza Dio, e in un certo senso contro la tradizione cristiana a cui, lo ripetiamo, appartiene Lubac stesso.

Nonostante l’opera appartenga all’epoca contemporanea, il tema della riscoperta della dimensione religiosa risale ad epoche lontane come quella rinascimentale che ci apprestiamo ad esaminare.

Il rinascimento filosofico nelle corti italiane

La civiltà umanistico-rinascimentale si manifesta come una cultura nuova, nonostante sembrino esserci stretti legami storici di continuità con il Medioevo. Il sapere medievale della metafisica e della religione vengono infatti riscoperti e rivisitati nel Quattrocento, periodo dell’Umanesimo, ovvero della riscoperta dell’uomo, mentre il Rinascimento non è altro che quel periodo di rinnovamento, sviluppo filosofico e scientifico della cultura europea.

A differenza del Medioevo, che aveva rifiutato la cultura classico-antica, gli umanisti riscoprono il mondo classico discostandosi dalla tradizionale definizione pagana di essa.

La filosofia rinascimentale è antropologica, quindi a “sostegno dell’uomo”. Il destino e la fortuna dell’uomo dipendono da esso stesso e non da una realtà ultraterrena.

Mettendo l’uomo al centro dell’attenzione universale non si cerca un’alternativa a Dio, semplicemente da questo momento in poi appare in una posizione meno centrale, ma non per questo si nega la sua esistenza.

La religione assume allora una funzione nuova, il divino e l’uomo non sono più in contrasto e quindi la paura e la sottomissione vengono meno, e a venire meno è anche la voglia – quasi pretesa – di abbandonare la vita terrena al più presto per raggiungere il mondo ultraterreno. Chiaramente rispetto a quel contesto di mansuetudine il rinascimento, ma prima ancora anche l’umanesimo, appaiano due periodi di ribellione, periodi che un uomo medievale avrebbe ritenuto eretici e di perdizione per l’anima. Di fatto la Chiesa cattolica romana assunse una posizione decisa nei confronti nelle nuove visioni sia filosofiche che religiose.

Particolare rilevanza nelle nuove concezioni rinascimentali sono assunte dalla figura dell’”Io”. A differenza degli animali, l’uomo possiede un’individualità che lo distingue dal concetto generale di specie.

La coscienza dell’Io per i filosofi è stata la prima forma di sapere certo e assoluto. Ma l’Io non è un dato di fatto, bensì una realtà in cui si pone se stesso prima degli altri e di tutto. I filosofi neoplatonici come Agostino, perciò, hanno identificato il soggetto con Dio, affermando che l’uomo è immagine riflessa del divino. Se la religione cristiana batte sulla concezione di Dio come essere personale, non è altro che un modo per allontanare gli uomini dalla tentazione, cioè dal male dell’anima. In altre parole – e lo vedremo con un poeta in particolare alla corte medicea – l’Io non fa altro se non turbare le persone al punto di indurle al male e alla cattiveria, all’odio e all’ira, dimenticando il bene e l’amore verso gli altri.

Le Corti italiane e la nascita della filologia umanistica a Firenze

Con la fine delle istituzioni comunali e la nascita delle Signorie si afferma in breve, in tutta la penisola italiana, un nuovo modello di organizzazione politica e culturale: la Corte. Essa era abitata dalla Élite raffinata ed elegante dei Signori e della nobiltà cittadina. In essa si affermano come valori costanti il decoro, l’equilibrio e l’eleganza formale e spirituale.

In città come Milano, Ferrara, Napoli e Urbino, in cui il potere signorile si consolida rapidamente, la corte assume presto una fisionomia stabile. Un caso particolare è rappresentato dalla corte medicea (Firenze): nel corso del 400 e in parte del 500 l’egemonia dei Medici si alterna al risorgere delle antiche istituzioni repubblicane. La nuova figura di intellettuale cortigiano si presenta come uno stipendiato al servizio del Signore, che svolge per lui incarichi e missioni diplomatici, in cambio della protezione del sostegno economico necessari per poter realizzare le proprie opere.

I medici instaurarono la propria Signoria a Firenze nel 1434 con Cosimo de’ medici la famiglia de’ medici ebbe il merito di atterrare a Firenze molti artisti e letterati che trovarono nella Corte le condizioni ideali per le carte alle proprie attività. La situazione raggiunse il suo apice nel 1469, quando prese il potere il ventenne Lorenzo de’ medici detto in seguito il magnifico. Nella Corte medicea si produceva cultura ed Esso divenne quindi luogo fisico è simbolico dove si incrociavano esperienze attese e bisogni di una società legata da ideali condivisi.

Nella Corte medicea si produceva cultura ed è tutto divenne quindi un luogo fisico e simbolico dove si incrociavano le esperienze attese dei bisogni di una società legata ad ideali condivisi. Così attraverso la Corte si realizzava un rapporto circolare e scambio età cultura e potere. Nell’ambito della corte medicea operavano illustri personalità come Angelo Poliziano e Luigi Pulci. Si sviluppò il cosiddetto Umanesimo filosofico, fiorì una letteratura in lingua volgare, tanto che Firenze diviene un punto di riferimento della cultura, grazie anche a Leonardo Bruni e Coluccio Salutati.

Durante l’umanesimo si diffuse l’interesse per le scoperte del mondo greco e latino. Questo interesse motiva numerosi studiosi allo studio dei testi originali, nasce così una nuova sensibilità nei riguardi della filologia. In particolare a Firenze ricordiamo di figure di Coluccio Salutati, Poggio Bracciolini e Angelo Poliziano. Questi studiosi intendono la filologia come restituzione al testo del suo significato originario, al riparo da ogni possibile manipolazione successiva. In questo modo, comparando i diversi codici, questi autori arricchiscono il lessico della filologia, creando un tipo di scrittura nuova detta appunto filologica.

Lorenzo De Medici e Angelo Poliziano

Fra le varie corti del Nord Italia una si impose sulle altre, soprattutto dal punto di vista culturale, Firenze che, sotto la guida della famiglia dei Medici, e in particolar modo di Lorenzo “Il Magnifico” fu la culla di molti dei più grandi intellettuali rinascimentali.

Durante il governo dei Medici a Firenze si individuano due diverse tradizioni letterarie: una più umanistica legata alla lingua e ai classici latini e una legata invece alla lingua volgare rifacendosi a Dante, Petrarca e Boccaccio. I maggiori esponenti furono prettamente legati alla tradizione volgare e si tratta di Lorenzo de’ Medici e Angelo Poliziano. I due si conobbero grazie all’ impegno politico che li portò più volte a lavorare insieme come per la stesura della raccolta aragonese nel 1471 dedicata al principe di Napoli Federico d’Aragona.

Mentre Lorenzo de’Medici si concentrò soprattutto sulla poesia, Poliziano trattò anche temi filosofici e filologici. Per quanto riguarda la filologia Poliziano si trovò al centro di un dibattito con l’amico Paolo Cortese, criticandolo per la sua scelta di imitare le lettere di Cicerone, senza usare il proprio stile. Poliziano affermò che i testi latini dovevano essere usati unicamente come fonte d’ispirazione che non deve essere imitata, ma dalla quale bisogna ricavare un contenuto proprio. Per quanto riguarda la filosofia invece Poliziano raccolse le sue idee nelle Stanze per la giostra. Inizialmente l’opera doveva semplicemente raccontare i tornei cavallereschi tenutisi a Firenze, chiamati giostre, ma Poliziano si discostò completamente dal racconto.

Le stanze per la giostra e il tema dell’amore

L’opera narra le vicende di Iulio, un ragazzo dedito alla caccia e alla poesia che ignora l’amore e critica chi lo prova. Spinto dai lamenti degli innamorati, il dio dell’amore Cupido si vendica del giovane facendolo innamorare di una ragazza di nome Simonetta, già sposata con un altro uomo. Intanto Venere, madre di Cupido, viene a sapere delle gesta del figlio esorta i giovani a partecipare ad una giostra per celebrare l’amore apparendogli in sogno. A Iulio in particolare Venere consegna le armi di Minerva e gli assicura la vittoria della giostra ma poco dopo preannuncia la morte di Simonetta, facendo cadere nello sconforto il ragazzo. L’opera si interrompe con Iulio che nonostante il dolore decide comunque di partecipare alla giostra. Poliziano fa molte allusioni a quelle che secondo il suo pensiero sono le tappe della vita di Iulio: all’inizio Iulio attraversa la fase della vita bruta, nella quale prevalgono l’ego del ragazzo che non dà la minima importanza a sentimenti come l’amore; la seconda fase è quella della vita dei sensi, dove Iulio inizia ad approcciarsi a nuovi sentimenti e inizia un percorso di crescita interiore; la terza fase è quella della vita attiva, dove Iulio riesce a superare la passione dal punto di vista terreno e controlla le sue passioni accogliendo l’ideale della gloria politica e militare, rappresentata dalla giostra; infine abbiamo la fase della vita contemplativa, nella quale Iulio  con l’annuncio della morte dell’amata capisce la superiorità della virtù e la caducità di tutto ciò che è terreno.

Conclusioni

Il poemetto delle Stanze di Poliziano trova ben due interpretazioni vicine alla nostra tesi sopra trattata dell’Io come perdizione dell’animo umano. Il poeta segue molto la filosofia e in modo particolare può essere considerato vicino al pensiero neoplatonico. La critica ha infatti dimostrato che i versi del Poliziano sono incentrati sul concetto di anima, ma anche dell’inseguimento della bellezza sensibile e spirituale. Infine la Bellezza divina è quella trovata nella cerva, Simonetta e Venere. Sono incarnati quindi i diversi stadi di bellezza (sensibile, spirituale e divina). L’alta cultura umanistica di Poliziano, poi, è evidente per i diversi tratti dei classici da cui sembra aver attinto. Chiaramente solo il lettore colto potrà rintracciare e scoprire i messaggi lasciati nell’opera dall’umanista.

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