Da Giacomo I a Carlo I contro le confessioni non anglicane

La politica dei tiranni portò alla rivoluzione inglese con l'aiuto del Arcivescovo di Canterbury

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Durante il regno di Giacomo VI Stuart, figlio di Maria Stuart, in Inghilterra vide inasprirsi pian piano i rapporti tra sovrano e Parlamento. Giacomo VI salì al trono dopo la morte di Elisabetta I nel 1603. Egli era re di Scozia e sotto la corona inglese assunse il nome di Giacomo I. I due stati regi si unirono sotto il sua corona, ma la Scozia mantenne comunque il suo Parlamento e le leggi originarie insieme alla struttura presbiteriana, ovvero un organismo ecclesiastica protestante della Chiesa scozzese. Si tratta di un’organizzazione religiosa diversa da quella anglicana, presieduta dal monarca inglese. Per i presbiteriani gli anglicani ripetevano gli errori principali della Chiesa cattolica romana, mantenendo una gerarchia rigida. Perciò i protestanti presbiteriani avevano un consiglio pastorale i cui membri erano in assoluta parità.

Il conflitto tra le religioni nel contesto politico

Il progetto di Giacomo I sulle religioni, così come sulla politica, portò a contrasti lunghissimi, che si protrassero per tutto il periodo in cui fu alla guida dell’Inghilterra e della Scozia. Giacomo, infatti, rafforzò la Chiesa anglicana perseguitando i cattolici. Ma alcuni di questi reagirono organizzando la “congiura delle polveri” o anche conosciuta come “congiura dei giusti”. Si trattò di un complotto che ebbe luogo nel 1605 a danno del re e del suo Parlamento. Il colpo, da mettere in atto durante la seduta inaugurale della nuova assemblea, fu scoperto in tempo. Dopo la repressione del complotto si diffuse una forte ostilità verso i cattolici inglesi.

A questo punto, il rafforzamento della Chiesa anglicana e delle sue gerarchie scontentò perfino i puritani, un movimento religioso che auspicava il ritorno della comunità dei credenti alla purezza evangelica (“puritano”). Perciò sia il Presbiterianesimo che il Puritanesimo presero le distanze da Giacomo I e la sua Chiesa, poiché contrariati dallo stile di vita opulento che conduceva.

Dopo Giacomo I l’assolutismo di Carlo

Alla morte di Giacomo I Stuart, avvenuta nel 1625, il suo successore fu il figlio Carlo I. Il sovrano ereditò sia i regni del padre e la sua politica assolutistica. Mostrò subito l’intenzione dispotica di governare il Paese, sminuendo il ruolo del Parlamento. Inoltre continuò con la persecuzione nei confronti dei cattolici e di altre confessioni non anglicane. La situazione, in questo peridio, sotto il regno di Carlo precipitò bruscamente, portando il regno in una profonda crisi politica e morale.

Il re impose tasse nuove senza tenere conto del No taxations without parliamentary consent, una Magna Charta  in cui si proibiva l’istituzione di nuove tasse senza il consenso del Parlamento. In seguito istituì autonomamente perfino la Camera stellata e la Corte di alta commissione, due tribunali speciali che servivano a reprimere il dissenso politico e religioso.

Quando il Parlamento tentò di opporsi alle misure irregolari del sovrano quest’ultimo lo sciolse immediatamente per due anni consecutivi, nel 1625 e nel 1626. Poi, suo malgrado, fu costretto a riconvocarlo nuovamente per ottenere l’assenso ai prelievi fiscali per finanziare le sue campagne militari in Europa. Così, per poter andare in soccorso agli ugonotti (i protestanti francesi di confessione calvinista) assediati alla Rochelle, nel sud-ovest della Francia, dovette accettare di firmare la Petition of Rights. Si trattava di una petizione dei diritti con cui il Parlamento inglese espresse le sue lamentele nei confronti del re. Firmando questo documento Carlo I riconobbe l’illegalità delle sue misure.

La lunga tirannia di Carlo I

Dopo aver ottenuto l’approvazione per i finanziamenti, Carlo sciolse nuovamente l’Assemblea inglese composta da House of Lords (Camera dei Lord)e da House of Commons (Camera dei Comuni), nel 1629.
Riprese subito la sua politica da tiranno, però questa volta con l’aiuto del conte Thomas Wentworth di Strafford, consigliere fidato del re, e dall’arcivescovo di Canterbury William Laud, convinto credente nel diritto divino reale e fervente sostenitore di Carlo I.

Per undici anni, dal 1629 al 1640, periodo definibile “lunga tirannia di Carlo I“, il Parlamento non venne più convocato. Contro l’arcivescovo Laud, però, insorsero gli scozzesi. Il religioso consigliere del re aveva tentato di imporre alla Chiesa presbiteriana il Book of Common Prayer anglicano. La rivolta costrinse il re all’intervento militare e a convocare il Parlamento nel novembre del 1640. L’intento reale era appunto quello di provare ad accedere a nuovi prelievi fiscali per finanziare la guerra.
L’ultima convocazione del Parlamento, durata fino al 1653, condusse le due Camere ad opporsi duramente al sovrano.

L’anno successivo (il 1641), vide l’Irlanda sconvolta da una sommossa. Il re, perciò, chiese l’autorizzazione per formare un esercito, ma ciò avrebbe rappresentato un serio pericolo per il Parlamento, poiché lo stesso monarca in un futuro avrebbe potuto indirizzare l’esercito contro il Primo ministro e le due camere.
Allora, il Parlamento presentò la Grande RimostranzaGrand Remonstrance -, un elenco degli errori commessi da Carlo I, permettendo di stabilire un controllo parlamentare sull’esercito. Aboliva poi l’episcopato, estendendo il modello presbiteriano alla Chiesa anglicana.

I leader dell’opposizione non erano ben visti da Carlo che ordinò il loro arresto, considerando inaccettabile i i loro gesti. Fortunatamente per loro, i condannati furono avvertiti in tempo riuscendo a scappare. Da questo momento iniziò in Inghilterra la guerra civile. la sollevazione popolare che costrinse il re a scappare da Londra.

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